28) Machiavelli. E' meglio per un principe essere temuto che
amato.
Machiavelli continua a ricavare deduzioni poco piacevoli dalla sua
antropologia, che viene qui espressa in modo particolarmente
crudo, ma in piena sintonia con il suo impegno di esporre la
verit effettuale della cosa. Il brano termina con il consiglio
al principe di vincere e mantenere lo Stato.
N. Machiavelli, Il Principe, capitolo diciassettesimo (pagina 16).

Nasce da questo una disputa: s'elli  meglio essere amato che
temuto, o e converso. Respondesi, che si vorrebbe essere l'uno e
l'altro; ma, perch elli  difficile accozzarli insieme,  molto
pi sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare
dell'uno de' dua. Perch delli uomini si pu dire questo
generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e
dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno; e
mentre fai loro bene, sono tutti tua, fferonti el sangue, la
roba, la vita, e figliuoli come di sopra dissi, quando il bisogno
 discosto; ma, quando ti si appressa, e' si rivoltano. E quel
principe che si  tutto fondato in sulle parole loro, trovandosi
nudo di altre preparazioni, rovina; perch le amicizie che si
acquistono col prezzo e non con grandezza e nobilt d'animo, si
meritano, ma elle non si hanno, et a' tempi non si possono
spendere. E li uomini hanno meno respetto ad offendere uno che si
facci amare, che uno che si facci temere; perch l'amore  tenuto
da uno vinculo di obbligo, il quale, per essere li uomini tristi,
da ogni occasione di propria utilit  rotto; ma il timore 
tenuto da una paura di pena che non ti abbandona mai. Debbe non di
manco el principe farsi temere in modo, che, se non acquista lo
amore, che fugga l'odio; perch pu molto bene stare insieme esser
temuto e non odiato; il che far sempre, quando si astenga dalla
roba de' sua cittadini e de' sua sudditi, e dalle donne loro: e
quando pure li bisognassi procedere contro al sangue di alcuno,
farlo quando vi sia iustificazione conveniente e causa manifesta;
ma, sopra a tutto, astenersi dalla roba d'altri; perch li uomini
sdimenticano pi presto la morte del padre che la perdita del
patrimonio. Di poi, le cagioni del trre la roba non mancono mai;
e, sempre, colui che comincia a vivere con rapina, truova cagione
di occupare quello d'altri; e, per avverso, contro al sangue sono
pi rare e mancono pi presto.
Ma, quando el principe  con li eserciti et ha in governo
multitudine di soldati, allora al tutto  necessario non si curare
del nome di crudele; perch sanza questo nome non si tenne mai
esercito unito, n disposto ad alcuna fazione. Intra le mirabili
azioni di Annibale si connumera questa, che, avendo uno esercito
grossissimo, misto di infinite generazioni di uomini, condotto a
militare in terre aliene, non vi surgessi mai alcuna dissensione,
n infra loro n contro al principe, cos nella cattiva come nella
sua buona fortuna. Il che non pot nascere da altro che da quella
sua inumana crudelt, la quale, insieme con infinite sua virt, lo
fece sempre nel conspetto de' suoi soldati venerando e terribile;
e sanza quella, a fare quello effetto, le altre sua virt non li
bastavano. E li scrittori poco considerati, dall'una parte
ammirano questa sua azione, dall'altra dannono la principale
cagione di essa. E che sia vero che l'altre sua virt non
sarebbero bastate, si pu considerare in Scipione, rarissimo non
solamente ne' tempi sua ma in tutta la memoria delle cose che si
sanno, dal quale li eserciti sua in Ispagna si rebellorono. Il che
non nacque da altro che dalla troppa sua piet, la quale aveva
data a' sua soldati pi licenzia che alla disciplina militare non
si conveniva. La qual cosa li fu da Fabio Massimo in Senato
rimproverata, e chiamato da lui corruttore della romana milizia.
E' Locrensi, sendo stati da uno legato di Scipione destrutti, non
furono da lui vendicati, n la insolenzia di quello legato
corretta, nascendo tutto da quella sua natura facile; talmente
che, volendolo alcuno in Senato escusare, disse come elli erano di
molti uomini che sapevano meglio non errare, che correggere li
errori. La qual natura arebbe col tempo violato la fama e la
gloria di Scipione, se elli avessi con essa perseverato nello
imperio; ma, vivendo sotto el governo del Senato, questa sua
qualit dannosa non solum si nascose, ma li fu a gloria.
Concludo adunque, tornando allo essere temuto et amato, che,
amando li uomini a posta loro e temendo a posta del principe,
debbe uno principe savio fondarsi in su quello che  suo, non in
su quello che  d'altri: debbe solamente ingegnarsi di fuggire lo
odio, come  detto.
N. Machiavelli, Il Principe e Discorsi, Feltrinelli, Milano, 1960,
pagine 69-70.
